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Arte,  Musica

Vincent Van Gogh: dietro a ogni pazzo c’è sempre un villaggio5 minuti di lettura

Nel silenzio afoso di un campo di girasoli, la mattina del 29 Luglio 1980 muore Vincent Van Gogh: una vita difficile e tormentata la sua, condotta nella più completa povertà. Oltre al fatto che le sue opere non vennero mai apprezzate dalla società, (in vita riuscì a venderne solamente una), nessuno aveva piacere di avvicinarsi a lui, anzi spesso ne avevano paura.

Il pittore olandese riuscirà ad avere giustizia solamente dopo la sua morte, diventando con il tempo uno degli artisti più amati e conosciuti al mondo.

Se oggi non valgo nulla, non varrò nulla nemmeno domani; ma se domani scoprono in me dei valori, vuole dire che li possiedo anche oggi

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Campo di girasoli – Van Gogh

Tu prova ad avere un mondo nel cuore
E non riesci ad esprimerlo con le parole
E la luce del giorno si divide la piazza
Tra un villaggio che ride e te, lo scemo che passa
E neppure la notte ti lascia da solo
Gli altri sognan sé stessi e tu sogni di loro

Un matto – Fabrizio De André

La reclusione di un genio

Van Gogh viene descritto dai critici come un’artista di grande sensibilità e per questo motivo, forse, molto tormentato: più volte infatti egli venne ricoverato in manicomio a causa della sua presunta instabilità mentale.

Alcuni gesti estremi e violenti, come l’automutilazione dell’orecchio con un rasoio, fecero ricadere Van Gogh in quella sfera di pazzia, follia e imprevedibilità tale da far sì che le persone avessero timore di lui.

Questi episodi contribuirono ancora di più a costruire intorno al pittore quella prigione che tipicamente caratterizza il soggetto stigmatizzato, recluso a causa della sua diversità.

Eppure Van Gogh avrebbe voluto impegnarsi a pieno all’interno della società. Più volte nelle lettere scritte al fratello Theo, emerge il suo desiderio di non essere abbandonato e di potersi unire agli altri.

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Vincent Van Gogh, Autoritratto, 1889

Ma come potevano le sue opere essere apprezzate dalla società se il suo sguardo sul mondo era totalmente diverso da quello che gli altri riuscivano a vedere?

Dentro di me c’è qualcosa, non so cosa sia. Vedo cose che nessun’altro vede. Questo mi spaventa e a volte ho paura di impazzire. Ma poi dico a me stesso, farò vedere quello che vedo io ai miei fratelli umani che non riescono a vederlo, è un privilegio. Io posso dare loro speranza e fortuna

Le opere di Van Gogh: tra dolore e speranza

Questo doloroso conflitto interiore del pittore trova espressione anche, e soprattutto, attraverso le sue opere: come non pensare allo sguardo intenso, malinconico e interrogativo dei suoi numerosi autoritratti?

Sofferenza che si presenta anche nel suo quadro La Ronda dei carcerati: un cerchio di detenuti in fila, senza un inizio né una fine, circondati da un muro che non lascia vedere il cielo sopra di loro. Unico simbolo di speranza inserito dal pittore, sono due piccole farfalle che volano verso l’alto, quasi ad indicare una via di uscita. Forse Van Gogh si sentiva così.

Vincent Van Gogh, La ronda dei carcerati, 1890

Ma era la società a non riuscire a comprenderlo?  O era semplicemente un pazzo?

“Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole […] Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno”

Eppure oggi le sue opere, analizzate insieme alla sua vita, mostrano invece la sua capacità di riuscire ad andare oltre a ciò che è visibile agli occhi.

Un matto: dietro ad ogni scemo c’è un villaggio 

La canzone Un Matto di Fabrizio De André si inserisce in un contesto storico nel quale la follia era oggetto di dibattito: sono gli anni infatti dell’approvazione della legge Basaglia che portò alla chiusura dei manicomi.

Il testo parla di un uomo che, per non essere deriso dalla comunità per la sua difficoltà nell’esprimersi, tenta disperatamente di comunicare con loro memorizzando tutte le parole della Treccani. Gli abitanti del villaggio però, interpretano questa sua azione come il gesto di un folle, facendolo rinchiudere in un manicomio.

Quello che fa emergere De André è che non esiste una definizione univoca su ciò che è folle e su ciò che è normale. Entrambi questi concetti non sono altro che costruzioni sociali che prendono vita e forma diversa a seconda delle interazioni nelle quali siamo inseriti.

Riconoscere che la follia non è un’essenza o una caratteristica che la persona ha, ma che è frutto di un processo relazionale e situazionale, ci permette di poter decostruire il concetto stesso di follia.

Le mie ossa regalano ancora alla vita
Le regalano ancora erba fiorita
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
Di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina
Di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia
Una morte pietosa lo strappò alla pazzia

Un matto – Fabrizio De André

Giorgia, dal greco “colei che coltiva la terra”. Lavorando nel sociale esprimo al meglio ciò che è la mia persona, anche preparare terreni fertili e coltivare legami può essere considerata una forma d’arte.