Art Shapes
french-dispatch-locandina
Cinema

The French Dispatch: Wes Anderson colpisce ancora4 minuti di lettura

Wes Anderson colpisce ancora. Dopo il successo di film come I Tenenbaum (2001), Moonrise Kingdom (2012) e Grand Budapest Hotel (2014), che hanno consolidato la sua fama a livello internazionale, Wes Anderson torna sul grande schermo con The French Dispatch. Il film è disponibile nelle sale italiane dall’11 novembre 2021. Procediamo con la recensione.

La trama senza (troppi) spoiler

french-dispatch-archi
L’edificio del “French Dispatch”.

In seguito all’improvvisa morte di Arthur Howitzer Jr. (Bill Murray), il direttore del French Dispatch, il suo team editoriale allestisce l’ultimo numero della rivista, riproponendo alcune tra le storie più rilevanti delle ultime edizioni. The French Dispatch è dunque un racconto nel racconto, in cui la storia principale è divisa in capitoli che raccontano visivamente gli articoli che saranno inclusi nell’ultimo numero.

Ogni storia merita di essere raccontata

french-dispatch-artista
Benicio del Toro nei panni del tormentato genio artistico Moses Rosenthaler.

Geni tormentati, chef leggendari, giovani innamorati amanti della rivoluzione. Questi sono solo alcuni dei tipi umani che il regista ha scelto di raccontare in The French Dispatch. Come accade di consueto nei suoi film, Wes Anderson non limita sé stesso in alcun modo, arrivando a raccontare e rappresentare i soggetti dalle storie più varie e strampalate. Saggio narratore onnisciente, uno dei suoi talenti maggiori è quello di riuscire a gestire la molteplicità dei personaggi, assicurando a ciascuno dignità e attenzione. Ne viene fuori un ricco prodotto corale, in cui la storia di un singolo personaggio assume valore in se per sé stessa come anche in relazione alla macro-storia che viene raccontata.

french-dispatch-revolution
Timothée Chalamet nei panni di Zeffirelli, il giovane leader di una rivolta studentesca.

L’inconfondibile stile “andersoniano”

french-dispatch-pink
Un dettaglio del set.

The French Dispatch presenta tutte le caratteristiche più comuni allo stile narrativo “andersoniano”. In pillole, stravaganti tipi umani che operano in ambientazioni incantevoli, a tratti allucinate. L’utilizzo di una palette di colori dalle tinte calde e vibranti. Il dominio assoluto di prospettiva e movimenti di macchina centrali, abbinati ad un ampio campo visivo. Zoom veloci, riprese non convenzionali, con angolature estreme e originali. Qui di seguito un brillante esempio.

french-dispatch-set
Un’originale ripresa frontale, tipica dello stile di Anderson.

Squadra che vince non si cambia. Anderson si mantiene costante anche nella scelta del cast per i suoi film. Tra le sue muse troviamo Bill Murray, Adrien Brody, Owen Wilson, Tilda Swinton, Edward Norton e Willem Defoe.

Il substrato borghese

La narrazione di Wes Anderson assume toni fiabeschi e gli eventi rappresentati avvengono in una sorta di realtà sospesa. In questo modo, accompagnate da musica frizzante e colori vivaci, anche le situazioni più pericolose o tragiche si tramutano in simpatici siparietti ironici, che apparentemente privano il racconto di qualsiasi pretesa di serietà. E il punto è proprio questo.

Wes Anderson non risulta mai eccessivamente drammatico. Forse perché lui stesso rifiuta di prendersi troppo sul serio. Anche quando deve mostrare violenza o miseria, Anderson lo fa infiocchettando e abbellendo il tutto, rimuovendo crudezza e squallore. Il suo stile è leggero, buffo e divertente ed è riconducibile in linea di massima al genere della commedia.

french-dispatch-cartoon
Una sequenza d’animazione del film.

Dall’altro lato della medaglia, questo atteggiamento fanciullesco e giocoso rivela un substrato di compiaciuta allegria squisitamente borghese, che copre tutto come una patina sottile ma ben percepibile.

E forse va bene così. Dopotutto, un film di Wes Anderson è un pendolo che oscilla tra il divertimento e il piacere puro dell’estetica. Lo spettatore non entra in sala per pensare troppo, ma per sentirsi a suo agio e godersi lo spettacolo.

Laureato in Filologia moderna e vincitore del Premio Overthinker 2021. Cambia identità troppo spesso per pretendere di fissarla in una biografia. Nel tempo libero scrive di cinema su Art Shapes.