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Cinema

Il ballo delle pazze: tra follia e double standard7 minuti di lettura

Il ballo delle pazze (Le bal des folles) è un film drammatico francese, disponibile su Prime Video dal 17 settembre 2021. È tratto dall’omonimo romanzo di Victoria Mas e diretto da Mélanie Laurent (Bastardi senza gloria, By the Sea, Now You See Me), che ne è anche co-sceneggiatrice e attrice. In questa recensione, mostreremo come il film sia una sorprendente denuncia del double standard che da secoli la società applica alle donne, limitandone la libertà e l’autodeterminazione.

Il prezzo di un grande dono

La vita della ventiseienne Eugéne Cléry (Lou de Laâge) procede in relativa tranquillità, tra gli agi della vita borghese nella Parigi di fine 1800 e le stravaganti esperienze che il rapporto di complicità con il fratello minore le permette di fare, rigorosamente all’oscuro del padre, che disapproverebbe tanta caparbietà in una donna, del suo rango per giunta.

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Un interno della Salpêtrière

Tutto cambia quando Eugéne viene colta dalla nonna in preda a una delle sue crisi, note fino a quel momento solo al caro fratello: visibilmente sconvolta, la giovane afferma di riuscire a vedere i defunti e comunicare con loro. Per evitare lo scandalo, il padre decide di farla internare nell’ospedale psichiatrico La Pitié Salpêtrière, diretto dal celebre dott. Jean-Martin Charcot.

Strappata dal suo mondo contro la sua volontà, senza alcuna possibilità di controbattere, la protagonista intraprende un percorso costellato da disavventure e soprusi, ma anche amicizie improbabili e oscure rivelazioni, culminante nell’attesissimo ballo annuale indetto dall’istituto.

Chi decide chi è pazzo e chi no?

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Eugéne costretta all’idroterapia

Come si intuisce dal titolo, è proprio il concetto di follia a costituire il nucleo centrale del film. Chi è pazzo? O meglio, cosa rende una persona clinicamente instabile, pazza, per dirlo con un termine più prosaico? E soprattutto, qual è la differenza tra un uomo pazzo e una donna pazza?

La storia di Eugéne mostra l’oppressione delle donne in tutte le sue forme, da quella fisica alla psicologica, dentro e fuori l’istituto. Alle pazienti della Salpêtrière è riservato un trattamento sub-umano: costrette in vasche d’acqua ghiacciata fatte passare per idroterapia, rinchiuse come topi in celle fredde e senza luce e ipnotizzate per convalidare teorie superficiali e infondate. Così, quelle stesse “cure” che avrebbero dovuto garantire loro la guarigione contribuiscono al loro peggioramento. Un tema analizzato più volte nella storia del cinema, come in Ragazze interrotte (1999), di grande successo presso il grande pubblico.

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Il dott. Charcot ipnotizza una paziente durante una lezione

Questa è l’etica del lavoro del dott. Charcot, il direttore dell’istituto, poco più di un millantatore, ammantato di credibilità dall’ignoranza del pubblico, che come sempre vede solo ciò che vuole vedere. Dopotutto, è più comodo accusare qualcuno di pazzia che mettere in discussione il proprio sistema di credenze.

Dopo essersi ambientata alla vita nel reparto di psichiatria, con non poca fatica, Eugéne fa la conoscenza di una donna che è stata rinchiusa per aver commesso un atto pubblico di gelosia nei confronti del marito, per avergli semplicemente rinfacciato la sua storiella extra-coniugale mentre passeggiava con lui. E se fosse stato un uomo? Sarebbe stato rinchiuso o lodato? Dopotutto, difendere l’onore della propria moglie è sacrosanto diritto di ogni uomo, è risaputo. Il film assurge, dunque, a vera e propria denuncia del double standard che la società applica ai danni delle donne. Analizziamolo nel dettaglio.

Gabbie dorate e double standard

Il ballo delle pazze è ambientato in quell’epoca dorata in cui la massima aspirazione per una donna era concludere un matrimonio conveniente, che l’avrebbe fatta passare dal controllo del padre a quello del marito.

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Il dott. Charcot che ignora le proposte innovative di Geneviève

Come abbiamo anticipato, all’epoca l’oppressione non era riservata solo alle pazienti dell’istituto. Era una condizione che si estendeva – e in molte realtà si estende ancora oggi – a tutte le donne. Persino Geneviève Gleizes (Mélanie Laurent), l’inizialmente algida capoinfermiera dell’istituto, pur essendo evidentemente più competente del dott. Charcot, è condannata a un ruolo a lui subalterno, e ogni suo tentativo di rivedere e modernizzare il trattamento riservato alle pazienti viene rigorosamente ignorato, scambiato per un sintomo d’isteria, la malattia storicamente sinonimo di donna.

Santoni e streghe

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Il ballo finale

Quante donne nel corso della storia sono state dichiarate pazze o accusate di stregoneria solo perché osavano invadere le sfere di competenza riservate agli uomini? Un uomo che sperimentava con gli elementi chimici era un alchimista. Una donna che faceva lo stesso era una strega. Un uomo in contatto col soprannaturale e il divino, che magari aveva visioni di spiriti e angeli, era un santo. Una donna come la nostra Eugéne, che vedeva i fantasmi doveva essere necessariamente pazza, una strega, serva del Maligno e, per questo, meritava di essere rinchiusa e ignorata, anche quando la realtà dei fatti avrebbe suggerito una risposta diversa.  

È un discorso incontrovertibilmente esposto da Stefano Batterzaghi, enigmista e giornalista, che in una nota lectio ha raccolto un elenco di parole di genere maschile che, se declinate al femminile, altro non diventano che sinonimi di “prostituta”. Il suo input è stato poi ripreso da Paola Cortellesi nel suo monologo ai David di Donatello 2018, diventato ormai famoso.

Oltre i confini della realtà

L’analisi del soprannaturale è un tema assolutamente originale del film: l’esplorazione di possibili “presenze” che, dopo la morte, rimarrebbero sospese tra la realtà esperibile coi cinque sensi e una dimensione altra. Anche la scelta del come analizzare suddetto tema è alquanto notevole: non si sfocia mai nello sci-fi o nell’horror. La possibilità di presenza extra-umane è semplicemente presa in considerazione in quanto tale, con un approccio alla questione quasi empirico.

Il tema presenta degli evidenti risvolti allegorici, sulla scia della celebre massima secondo la quale bisogna essere pazzi per essere veramente sani. Potrebbe trattarsi di una metafora di tutte le istituzioni oscurantiste che nel corso della storia hanno impedito il naturale sviluppo del sapere umano, incanalandolo e dirottandolo a piacimento.

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Eugéne sconvolge un’infermiera crudele con il suo dono

Sembra che Eugéne sia l’unica a “vedere” davvero. Avendo accettato il suo dono, le vengono riservati una conoscenza e un intuito inarrivabili per tutti coloro che rifiutano categoricamente anche solo di prendere in considerazione un’opinione diversa dalla propria. Dopotutto, non ci è dato sapere cosa ci sia dopo la morte, e forse non lo sapremo mai, e forse è meglio così.

Laureato in Filologia moderna e vincitore del Premio Overthinker 2021. Cambia identità troppo spesso per pretendere di fissarla in una biografia. Nel tempo libero scrive di cinema su Art Shapes.