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Cinema,  Musica

Ezio Bosso e le cose che restano5 minuti di lettura

La scorsa settimana, in occasione della 78º edizione della Mostra del cinema di Venezia, è stato presentato il film- documentario Ezio Bosso. Le cose che restano. Sotto la regia di Giorgio Verdelli prende forma un racconto in cui la voce del Maestro Bosso si alterna alla sua musica, ai sorrisi di chi ha fatto parte della sua vita – dai familiari, agli amici, ai più stretti collaboratori – per costruire un album di ricordi. Un diario, in cui la passione, il talento e l’impegno del compositore emergono attraverso l’emozione e la sensibilità propria della sua comunicativa. L’omaggio all’artista protagonista del Fuori Concorso custodisce inoltre un brano inedito, e sarà un evento nelle sale italiane il 4,5 e 6 ottobre.

Che cosa rimane dopo?

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Il titolo del documentario prodotto da Sudovest Produzioni e Indigo Film con Rai Cinema, traduce il titolo dell’album di Bosso uscito nel 2016, … and the things that remain. Il doppio album in questione però rappresenta solo la conclusione di un percorso, poiché “Le cose che restano” – oltre ad essere il titolo per un trio di violino, violoncello e pianoforte – nasce come un lungo progetto dell’autore di condivisione di ricordi ed emozioni in forma collettiva. Una raccolta di tutto ciò che potesse rispondere a quella domanda esistenziale ed inevitabile, quel pensiero dolceamaro di ciò che rimane, di ciò che sopravvive.

E così l’album si presenta come una variegata collezione; brani inediti e altri già presenti nei precedenti lavori, in cui la figura di Bosso si destreggia esibendo la propria configurazione poliedrica.

“Non mi ispiro, studio. E non compongo, ma ricordo musica”

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Compositore instancabile, prima di tutto, e per tutti i tipi di organico. Il Maestro ha scritto per pianoforte solo, e ne fa da esempio in questo album Smiles for Y, composizione libera di sapore circolare, dondolante, in cui l’insistenza dell’accompagnamento arpeggiato è puntellato di dolcissime e strazianti note sovracute. Gli archi inoltre, sono stati grandi dedicatari della sua produzione; sono protagonisti di tutte le possibili combinazioni di ensamble (quartetti, trii, duetti) e di un intero album per sei violoncelli e pianoforte, Six Breaths. Di questo lavoro del 2013 compaiono qui i due brani di chiusura, Before 6 e The Last Breath: un dialogo incalzante e vortiginoso tra i diversi archetti che si distende in canti dolenti, cui subentra la forza di un pianoforte vigoroso e insaziabile, che lascia sollevare una luce fioca solo nell’ultimo accordo del pezzo.

Un altro brano recuperato dalla sua intera opera dell’autore è Speed limit, a night ride, il cui elemento principale si delinea nel pizzicato dei violini e nelle immagini che la musica di Bosso è in grado di creare. Ancora, l’autore esplora le potenzialità evocatrici degli archi in Diversion, Street Kisses, attraverso l’uso di suoni pieni e potenti, con struggenti escursioni dal viscerale grave all’acuto esistenziale.

“Bisogna suonare con l’orchestra anziché dirigerla”

Ezio Bosso non lasciò mai che le sue mani si staccassero dalla bacchetta del direttore d’orchestra, nemmeno quando la malattia lo costrinse a smettere di suonare il pianoforte per il dolore causato alle dita.

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«Beethoven, Má vlast di Smetana e Les préludes di Liszt. A 5 anni, ascoltandoli di nascosto, sognai di dirigere»

Ezio Bosso

In … and the things that remain la penultima traccia testimonia il suo lavoro da Direttore: Landfall, We Unfold ovvero il finale della sua Symphony n.1 Oceans. Tantissime le orchestre da lui dirette, tra cui la London Symphony, l’Orchestra del Teatro Regio di Torino e l’Orchestra Filarmonica della Fenice di Venezia. La sua direzione era puntuale e animata, precisa e meticolosa tanto quanto emozionata e travolgente. Dal suo sgabello sembrava prendere il volo, voler arrivare al cielo toccandolo con la punta della bacchetta, si animava di tutte quelle note che conosceva a memoria e diventava un tutt’uno con la musica. Nel programma televisivo Che storia è la musica condotto dall’artista e realizzato con la Rai, diventano evidenti le sue qualità di Direttore, la sua considerazione del mestiere, la profondità della conoscenza dei pezzi e l’incredibile sensibilità del suo sentire e del suo trasmettere.

“Un interprete è colui che non esiste più, e diventa il testo che condivide”

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Infine interprete, pianista. In questo album di “collezione di momenti” il suo strumento evoca i grandi compositori per pianoforte, Bach, Debussy e Chopin. Ad aprire la raccolta si trova infatti l’incisione di Bosso della 855a del catalogo bacchiano, preludio in si minore, rinominata dal Maestro The children’s room. Questo brano era stato presentato nell’ album dell’anno precedente The 12th Room, sotto il nome di The God’s Room; dallo stesso album Bosso recupera anche The painroom, ovvero l’interpretazione del Preludio n. 6 op. 28 di Chopin. L’autore concepisce questo lavoro recuperando una credenza antica per cui la vita dovrebbe essere composta da dodici stanze tenute insieme da un rapporto circolare; l’artista associa ad ognuna di queste pezzi propri o dei grandi Maestri della musica (appunto Bach, Chopin, e ancora Gluck e Cage) per figurare, rappresentare le emozioni – il dolore, la dolcezza, l’attesa, la rinascita – che accompagnano ogni possibile fase dell’esistenza.

Diplomata in conservatorio, laureata in lettere, amo le pagine consumate, le gallerie d'arte e le poltroncine dei teatri. Posso però garantire di essere anche una persona simpatica.