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Cinema

Earwig e la strega: un’eredità troppo grande8 minuti di lettura

Earwig e la strega (titolo originale: アーヤと魔女 Āya to Majo) è un film d’animazione del 2020 diretto da Gorō Miyazaki e prodotto dallo Studio Ghibli. È basato sull’omonimo romanzo di Diana Wynne Jones , come era già avvenuto nel 2004 per Il castello errante di Howl, il capolavoro sceneggiato e diretto da suo padre, Hayao Miyazaki, co-fondatore dello studio.

Earwig e la strega è il terzo film diretto dall’erede di Miyazaki, dopo I racconti di Terramare (2006) e La collina dei papaveri (2011) ed è anche il secondo film Ghibli prodotto per la televisione – dopo Si sente il mare (1993). Può essere considerato a tutti gli effetti uno spartiacque nella storia dell’universo Ghibli, essendo il primo film dello studio ad adottare lo stile di animazione in 3D. Una scelta che ha sollevato non poche obiezioni sia presso il pubblico sia presso la critica specializzata.

Una trama inconsistente

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Earwig e Thomas

Abbandonata dalla madre nell’orfanotrofio di St. Morwaid ancora in fasce, la piccola Earwig diventa una bambina indipendente e furba, per non dire manipolatrice. Trasforma, infatti, l’orfanotrofio nel suo paese dei balocchi, in cui riesce a controllare gli adulti, come afferma lei stessa quando l’amico Custard le chiede se un giorno le piacerebbe essere adottata: la bambina risponde negativamente, perché in una casa normale avrebbe al massimo sei persone ai suoi ordini, mentre invece all’orfanotrofio sono tutti al suo servizio.   

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Earwig arriva nella nuova casa con Bella Yaga e Mandragora

L’idillio della protagonista si interrompe quando viene inaspettatamente adottata da una curiosa coppia, Bella Yaga e Mandragora, che, giunti nella nuova casa, si rivelano essere una strega dispotica e un demone con problemi di gestione della rabbia. Da regina dell’orfanotrofio che era, Earwig si ritrova così declassata a tuttofare di una strega.

Dopo alcune difficoltà iniziali, la bambina riesce ad adattarsi alla sua nuova vita, anche grazie alla preziosa compagnia del gatto Thomas.

Una grande eredità

Gli elementi che non funzionano in Earwig e la strega sono svariati, ad iniziare dalla trama. Lo Studio Ghibli è conosciuto e amato in tutto il mondo per le storie di formazione che propone a bambini e adulti – dei veri e propri Bildungsfilm. Il canovaccio più diffuso vede protagonista una giovane ragazza che compie un percorso di crescita, affrontando sfide ed inconvenienti, che si conclude con l’apprendimento di una preziosa lezione di vita. Questo percorso è spesso arricchito dal trattamento di temi socialmente rilevanti, quali il valore dell’impegno costante e dell’indipendenza e il rispetto dell’ambiente.

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“La città incantata” (2001)

Pensiamo ad alcune delle storie Ghibli più amate, come quella de La città incantata (2001), in cui la giovane Chihiro riesce a salvare la sua famiglia grazie a coraggio, duro lavoro e uno spiccato spirito di adattamento.

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“Il mio vicino Totoro” (1987)

Oppure a Satsuki e Mei de Il mio vicino Totoro (1988), che imparano a prendersi cura della natura grazie a un amico speciale.

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“La principessa Mononoke” (1987)

Pensiamo a San de La principessa Mononoke (1987), un’impavida guerriera che combatte contro chi tenta di distruggere la sua amata foresta e Kiki di Kiki – Consegne a domicilio (1989), che impara a vivere da sola e trova la sua strada, anche lei grazie a tanto olio di gomito e spirito d’iniziativa. Tutti film diretti da Hayao Miyazaki in persona. E non è un caso.

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“Kiki – Consegne a domicilio” (1989)

Messa a confronto con questi precedenti, la storia di Earwig impallidisce. In essa non si realizza alcun percorso formativo: la protagonista passa semplicemente dal controllare gli adulti del St. Morwaid a dettar legge in casa di Bella Yaga e Mandragora.

Certo, l’indipendenza e la furbizia che la contraddistinguono sono virtù apprezzabili, tuttavia il fatto che vengano utilizzate con l’unico scopo di tirare l’acqua al suo mulino la rendono un personaggio poco amabile. E il punto è proprio questo: è difficile affezionarsi ad Earwig perché non condivide quasi nulla con le eroine che l’hanno preceduta.

Studio Ghibli in 3D: la fine di un’era

A volte progredire non significa necessariamente sconvolgere. Soprattutto quando le basi con cui si parte sono perfettamente funzionanti. I film d’animazione in 3D hanno fatto il loro debutto sul grande schermo a metà anni ’90 con Toy Story (1995), prodotto dalla Pixar Animation Studios. Con l’arrivo del nuovo millennio, questa modalità grafica ha conosciuto una vera e propria esplosione, diventando la forma d’espressione più largamente utilizzata per l’intrattenimento animato.

Nonostante questo, per anni lo Studio Ghibli ha resistito a tale passaggio: basti pensare che Quando c’era Marnie (2014), il film immediatamente precedente alla storia di Earwig, si avvaleva ancora dell’animazione 2D disegnata a mano, una tecnica tradizionale e laboriosa, proverbialmente preferita da Hayao Miyazaki alla CGI.

Il movimento dei film Ghibli che tutti conoscono e amano è ipnotizzante e immersivo, al punto da non riuscire a staccare gli occhi dallo schermo. Paesaggi mozzafiato, semplici momenti di vita quotidiana e natura incontaminata ripresi in sequenze lente, panoramiche. Come quadri vivi e dettagliatissimi, queste immagini avvolgono dolcemente la mente, distendendo progressivamente i pensieri. Qui di seguito alcuni esempi.  

In Earwig e la strega la natura, così presente nei migliori film Ghibli, non ha quasi più posto, eccezion fatta per qualche ripresa del giardino che circonda l’orfanotrofio e dell’orto della nuova casa. Persino il cibo, pilastro dello stile Ghibli, così succulento e invitante, col passaggio al 3D risulta tragicamente impoverito. Davvero poco invitante.

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Un esempio di cibo in “Earwig e la strega” (2020) con CGI.
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Un esempio di cibo in “Ponyo sulla scogliera” (2008) con animazione disegnata a mano.

Il progresso che distrugge la tecnica

Di fronte a tanta meraviglia, viene da chiedersi perché l’erede di Miyazaki abbia optato per questo vertiginoso cambio di rotta. In quest’intervista rilasciata a The Verge, il regista ha dichiarato che la scelta è dipesa dal fatto che l’animazione disegnata a mano, così ricca di dettagli, richiede artisti di talento, oramai rari. L’animazione 3D, invece, risulta fondamentalmente più “conveniente”, perché più accessibile e non riservata a pochi professionisti.

È una storia che si è sentita troppe volte: il lavoro diventa troppo duro e specializzato? Ottimo. Scegliamo la via più semplice, perdiamo la tecnica, anche a costo di perdere noi stessi. Perché, siamo sinceri, Earwig e la strega potrà anche essere firmato Ghibli, il suo regista potrà anche condividere metà dei geni del co-fondatore nonché esponente più di successo dello studio, ma basta guardare i primi minuti del film per rendersi conto che, tra un’animazione 3D e l’altra, la proverbiale magia delle storie Ghibli è andata completamente perduta, sostituita da un raffazzonato spettacolo di marionette legnose che si muovono incerte in uno spazio approssimativo e piatto, seguendo una storia che non lascia nulla allo spettatore se non un senso di straniamento e confusione.

Laureato in Filologia moderna e vincitore del Premio Overthinker 2021. Cambia identità troppo spesso per pretendere di fissarla in una biografia. Nel tempo libero scrive di cinema su Art Shapes.