Art Shapes
letizia-battaglia-bambina-min
Arte

Donne nell’arte: la storia di 5 artiste in occasione dell’8 marzo11 minuti di lettura

Le donne nel mondo dell’arte sono un motore silenzioso ma presente sin dagli albori, quando tutte le attività sociali erano prerogativa maschile. Nel corso dei secoli la figura della donna artista è riuscita a farsi largo, guadagnando rispetto e ammirazione, pur restando una minoranza.

Ancora oggi le donne nell’arte faticano a raggiungere una posizione di rilievo all’interno di collezioni, musei e mostre. Per questo, in occasione della Giornata della Donna, la nostra redazione ha deciso di creare una “mostra” virtuale delle artiste più significative per ognuno di noi. Buona scoperta!

Properzia de’ Rossi

Properzia de’ Rossi fu l’unica donna ad apparire nelle Vite, la famosissima raccolta di biografie dei “più eccellenti pittori, scultori e architettori” realizzata da Giorgio Vasari nel 1550. La sua arte venne celebrata accanto a figure come Donatello, Michelangelo e Leonardo; eppure oggi il suo nome non dice molto nemmeno a chi ha studiato storia dell’arte, restando nell’oblio. Properzia era una scultrice, la prima di cui si abbia notizia nella storia dell’arte.

Nata a Bologna nel 1490 e qui morta a soli 40 anni, Properzia de’ Rossi era figlia di un notaio di larghe vedute, che accortosi dell’incredibile talento della giovane, la mandò a studiare nella bottega del celebre incisore Marcantonio Raimondi.

Dai documenti presenti negli archivi sappiamo che l’artista venne pagata alla pari degli altri colleghi al lavoro sulla basilica di San Petronio, precisamente la cifra di sette lire e sei quattrini per le “sibille, angeli e un quadro di marmo” scolpiti per le decorazioni del portale principale.

Le sue opere più impressionanti però risalgono a prima e dopo il suo arrivo al cantiere di San Petronio: da giovane autodidatta si distinse per la scultura precisa e minuta di noccioli di ciliegia e pesca, incastonati come cammei all’interno di gioielli e spille. Celebre la sua Spilla delle 100 teste, un monile al cui centro campeggia un nocciolo di ciliegia intagliato con decine di figurine umane realizzate con incredibile maestria o il reliquiario della famiglia Grassi, realizzato incastonando tra oro e pietre dure noccioli di pesca ritraenti santi e martiri.

properzia-de-rossi-spilla-1
Properzia de’ Rossi, Spilla delle 100 teste, 1520 ca., Palazzo Pitti, Firenze

In vita Properzia ovviamente non fu esente da critiche e ostruzionismo da parte dei suoi stessi colleghi. Poco tempo dopo essere entrata al cantiere della basilica di San Petronio la donna scelse di andarsene, abbandonando una commissione prestigiosa e una paga sicura. Il motivo è da ricercarsi nelle malelingue dei colleghi artisti, in particolare dell’Aspertini, che mise in giro voci maligne nei suoi confronti, tali da vedersi decurtare la paga rispetto agli uomini.

Properzia non era una che si lasciava mettere i piedi in testa e finì in tribunale per aver malmenato l’Aspertini e altri compagni di lavoro, abbandonando per sempre San Petronio.

Vasari racconta che anche papa Clemente VII venne a conoscenza dell’enorme talento della scultrice e nel 1530, recatosi a Bologna per l’incoronazione di Carlo V, chiese di incontrarla. Purtroppo arrivò tardi: Properzia de’ Rossi era morta di peste quattro giorni prima e sepolta nella chiesa di Santa Maria della Morte.

Chissà cosa avrebbe potuto realizzare alle dipendenze di uno dei papi più attivi nel mecenatismo delle arti, che commissionò a Michelangelo il Giudizio Universale e realizzò la Biblioteca Vaticana. Forse il suo nome sarebbe riuscito a sopravvivere alla prova dei tempi come quello dei suoi colleghi uomini.

Beatrice Curti

Letizia Battaglia

“Seguivo il cronista dell’Ora dopo gli omicidi di mafia. Arrivavo e scattavo. Ero la biondina con gli zoccoli, carina, avevo 40 anni ma ne dimostravo di meno. I colleghi non mi stimavano […] Ero una donna che faceva qualcosa fatto sempre dagli uomini”.

Letizia Battaglia in un frame dal film Shooting de Mafia (2019)

Era questa Letizia Battaglia, donna autentica, fragile e indomabile, sempre in lotta. 
Una straordinaria fotografa, anche, ma soprattutto un essere umano che non si è mai arreso di fronte alle ingiustizie politiche e sociali della sua città, Palermo.
Da qualcuno etichettata “fotografa delle mafie”, Letizia Battaglia è stata una reporter senza filtri, che ha aperto la strada ad altre dopo di lei, inarrestabile di fronte alla complessità del mondo. 
ll sentimento sotteso alla sua fotografia è quello del cinema neorealista italiano, con una predilezione per l’utilizzo del grandangolo e del bianco e nero; lei stessa ha sempre preferito la spontaneità alla tecnica, l’impatto e l’emozione alla composizione. Non solo morti ammazzati davanti al suo obbiettivo ma anche tante donne, le bambine dei quartieri più poveri, le signore nei loro salotti.
E poi angoli dimenticati, drammatica vita quotidiana, miserie e gioie.

Dopo anni di difficoltà e incomprensioni, il suo talento è stato riconosciuto e ha avuto ampia risonanza. Ha esposto in Italia, Francia, America, Canada e ha ricevuto diversi premi l’Eugene Smith Grant a New York nel 1985. Nonostante il successo, non ha mai rinunciato all’impegno politico: dalla co-fondazione del Centro di Documentazione Giuseppe Impastato fino al suo incarico come consigliera comunale dei Verdi.

Forse nelle parole di Michele Perriera si trova gran parte di ciò che è stata Letizia Battaglia, la sua arte che è stata la sua vita: “una donna che cammina sulle ferite dei suoi sogni, riesce a tenere insieme il dolore profondo per quello che ha visto e al tempo stesso la luce”.

Rachele Bettinelli


Henriëtte Ronner-Knip

Potremmo definirla la pittrice dei gatti. Nel Magazine of art del 1890 Marion Spielmann tesse le sue lodi, descrivendone la maestria con cui rappresentava il mondo felino, che definì “maestoso, bellissimo ed emozionante”. E ancora “un mondo popolato di grazia e bellezza, giocosità e astuzia”.

Nata in una famiglia di artisti, iniziò a dipingere quando era poco più che una bambina, vendendo il suo primo dipinto all’età di 15 anni. Dapprima si dedicò alla rappresentazione di scene di genere e paesaggi, ma gli animali, in particolare i gatti, divennero gradualmente il focus della sua produzione artistica, alla quale si dedicò con attenzione minuziosa e precisione. Si dice che l’artista sviluppò il suo interesse per i piccoli felini quando uno di questi fece ingresso in casa sua, stimolando la sua curiosità.

Quello di Henriëtte si trasformò in un vero e proprio studio dei gatti, dei loro movimenti e delle loro espressioni, che riprodusse sapientemente su tela.  Man mano che si diffusero nelle case come animali da compagnia, crebbe il favore del pubblico verso le raffigurazioni a tema felino, che divennero popolari presso gli acquirenti della classe media urbana.

H. Ronner-Knip, Comporre musica,1876-77, olio su tela, collezione privata

Grazie alla sua tecnica precisa e accurata, seppe cogliere la mutevole natura dei gatti, catturandoli nelle loro molteplici attitudini, da quella tranquilla e sonnecchiante, a quella vivace e curiosa. Con le sue pennellate vaporose e i colori caldi e vivaci, conferiva alle sue opere un senso di realismo intriso di emotività, tipico della scuola tardo-romantica.

H. Ronner-Knip, I giramondo, 1883, olio su tela, collezione privata

Il suo talento fu inoltre apprezzato da nobili e imperatori europei, che le commissionarono diverse opere, e nel 1887 fu insignita della Croce dell’Ordine di Leopoldo, un prestigioso riconoscimento, raramente assegnato ad artiste donne.

Marta Immorlano

Artemisia Gentileschi

Negli ultimi anni il nome di Artemisia Gentileschi è diventato celebre al pari di quello del grande artista al quale si ispirava: Caravaggio. Suo padre Orazio, fu allievo del grande artista lombardo che a cavallo tra CInque e Seicento rivoluzionò per sempre l’approccio alla pittura.

Le opere di Artemisia si servono di quei forti chiaroscuri tipici di Caravaggio, con personaggi dalla forte espressività umana, che soffrivano, subivano la fatica e il dolore. Santi e martiri così lontani dalla ieraticità delle Madonne di Raffaello o dai San Sebastiano di Guido Reni.

La bravura di Artemisia nella pittura si fece notare già da giovanissima, ancora nella bottega del padre. Gli stessi cronisti del tempo dicevano che “forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere“. Fu proprio nella bottega di Orazio Gentileschi che la pittrice incontrò Agostino Tassi, brillante artista e segno della sua rovina.

Nel 1611, quando Artemisia aveva 18 anni, Tassi la chiuse in una stanza e la violentò. Nonostante la promessa di sposarla per mettere a tacere il disonore della perduta verginità (cosa consueta e legale in Italia fino al 1981), la Gentileschi denunciò il pittore, creando uno scandalo e un precedente che ancora oggi mostra la sua eco.

Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, 1612-1613, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli

Nonostante Tassi venne effettivamente condannato a una pena pecuniaria e all’esilio (che non scontò mai), l’opinione pubblica romana si schierò come prevedibile contro Artemisia, che non ebbe altra scelta che scappare dalla Capitale e rifugiarsi a Firenze.

Da qui parte il viaggio della pittrice, che in pochi anni divenne una delle donne più acclamate (e pagate!) del suo tempo, con commissioni prestigiose da Venezia a Napoli. Proprio nel capoluogo campano decise di stabilirsi, con commesse importanti dal viceré Duca d’Alcalá e dalle chiese più ricche. Fu anche a Londra per un breve periodo a seguito del padre Orazio, diventato pittore di corte di re Carlo I.

Le opere di Artemisia Gentileschi spiccano tra quelle dei caravaggeschi del Seicento per la sua lettura dell’animo umano, per la capacità di unire efficacia del disegno alla brillantezza dei colori. La figura di Artemisia non va ridotta alle sue terribili vicende umane, ma se si vuole rendere onore al suo coraggio di donna, va ricordata principalmente per le sue incredibili capacità artistiche.

Giacomo Curti

Gerda Taro

Madrid, ospedale El Goloso. È la sera del 25 luglio 1937. In una camera d’ospedale è distesa al letto una giovane ragazza, vegliata da un’infermiera. È ricoverata dopo un terribile incidente automobilistico che le ha squarciato lo stomaco. Ogni tentativo di operarla è risultato vano. Non si sa se passerà la notte e lei lo sa. Lucida e consapevole delle poche ore che le rimarranno chiede all’infermiera: “Mi scusi, le mie macchine fotografiche si sono rotte“? Poche ore dopo quella frase, la ragazza chiude gli occhi. Si chiamava Gerda Taro. Era una fotografa. Aveva solo 26 anni.

Gerda Taro

La macchina fotografica, dunque, la sua vita. Quella che valeva la pena essere vissuta per raccontare storie attraverso le immagini, in contesti semplicemente drammatici. Con il suo compagno ungherese Endre Ernő Friedmann, che il mondo conoscerà come Robert Capa, nome inventato dai due pensando a un fantomatico americano trasferitosi a Parigi, hanno raccontato la guerra civile spagnola meglio di qualsiasi giornale.

Gerda Taro, Addestramento di una miliziana repubblicana, 1936

Gerda fotografa miliziani repubblicani mentre si addestrano, truppe pronte a sparare, soldati feriti in trincea e in ospedale. I suoi sono racconti crudi, spietati, specchio della ferocia bellica. Brunete, cittadina a pochi chilometri da Madrid, è il teatro di una delle battaglie più sanguinarie della guerra. È il 25 luglio 1937, Gerda è sul predellino di una vettura delle Brigate internazionali che trasporta tanti feriti. Lo scontro con un carro armato la fa cadere dalla vettura, con i cingoli che la schiacciano dallo stomaco in giù.

Il tragitto da Brunete all’ospedale, in una corsa disperata, sarà lunghissimo. Gerda, con lo stomaco dilaniato e in preda a dolori inimmaginabili, chiederà più volte di salvare le sue macchine fotografiche, la sua vita. Quella che sapeva di star perdendo, ma che sarebbe rimasta nei suoi scatti.

Luigi Maffei

Gli articoli firmati dalla redazione di Art Shapes. Pezzi collettivi o firmati a più mani dai nostri autori.