Abu Ghraib di Botero: le torture “a tutto tondo”4 minuti di lettura

Abu Ghraib di Botero è un ciclo di opere piuttosto atipico rispetto alla produzione artistica dal pittore e scultore di Medellin. La sua arte, dalle nature morte agli animali, dai ritratti satirici ai nudi sensuali, è una celebrazione della vita. Il maestro colombiano è noto in tutto il mondo per il suo stile distintivo, immediatamente riconoscibile, caratterizzato dall’innata attrazione per il volume. Ispirato dagli artisti fiorentini, nonché dai messicani Rivera, Orozco e Siquieros, l’autore ha vissuto le influenze come ricchezza alla quale attingere per elaborare nel tempo il suo tratto stilistico personale. A tal proposito, Fernando Botero in una intervista del 2007 rivelò un curioso aneddoto: “Quello che accadde fu molto semplice. Stavo disegnando un mandolino con un profilo molto generoso come ho imparato dagli italiani. Poi, nel momento in cui ho fatto il buco nel mandolino, l’ho fatto molto piccolo. Improvvisamente, questo mandolino divenne enorme, monumentale a causa del contrasto tra il piccolo dettaglio e il contorno generoso. Ho visto che qualcosa è accaduto lì. Ho subito iniziato a cercare di visualizzare altri soggetti. Ci è voluto molto tempo – 10, 15 anni – prima di sviluppare una visione più o meno coerente di quello che volevo fare, ma all’inizio era quel piccolo schizzo ispirato al mio amore per l’arte italiana”. Di tutt’altra atmosfera, la serie Abu Ghraib di Botero è il frutto dell’indignazione di fronte alle sevizie inflitte ai detenuti del carcere iracheno. Senza rinunciare alla sensualità volumetrica delle figure, i corpi appaiono torturati e sanguinanti, dai toni carnosi con evidenti macchie rosse, talvolta impilati uno sopra l’altro o in posizioni sessuali. Abu Ghraib di Botero: l’accusa permanente per non dimenticare Il ciclo Abu Ghraib di Botero è composto da oltre 50 disegni e dipinti cronologicamente numerati ma senza titoli. Raffigura i prigionieri, posti al centro della scena, nudi, bendati, incappucciati, legati, umiliati e talvolta aggrediti da feroci cani. Le bocche aperte dei detenuti sembrano voler pronunciare ciò che si voleva mettere a tacere. Al contrario i corpi dei soldati degli Stati Uniti spiccano per la loro assenza. Dei torturatori non identificabili, spesso si scorge solo un braccio che impugna un’arma, una mano ricoperta da un guanto chirurgico blu che aizza le belve o un anonimo stivale che sferra un calcio. La prospettiva cambia in base al posizionamento delle sbarre della prigione: lo spettatore viene così proiettato sia all’esterno che all’interno delle celle. Tutto ciò potenzia il senso di identificazione nelle vittime, quasi come se ci fosse un’inversione di posizione tra chi osserva e chi subisce, funzionale per sentire la sofferenza altrui. Le immagini sono intense, coinvolgenti, profondamente disturbanti e inquietanti, tanto quanto i crimini commessi dall’esercito USA. L’urgenza emotiva di esprimere la rabbia e lo sdegno provati fece sì che l’artista colombiano si dedicasse al progetto per oltre un anno. “È diventata come un’ossessione. Per 14 mesi ho lavorato solo su questo, pensando a questo. Alla fine mi sono sentito vuoto. Non avevo più niente da dire. Per qualche ragione ero in pace con me stesso”. La fonte d’ispirazione primaria fu la sua stessa immaginazione, nutrita dalla lettura dei quotidiani e dal materiale fotografico visionato. Da questi contenuti il pittore reperì alcuni dettagli reali che decise di inserire nelle opere, quali ad esempio i guanti e gli stivali indossati dagli aguzzini. Ma l’intento del lavoro artistico non era quello di riprodurre fedelmente su tela l’atrocità delle fotografie. Botero lancia “un’accusa permanente” rielaborata dalla sua mente, con l’obiettivo di non dimenticare quanto accaduto in Iraq, proprio come fece Picasso con Guernica.